Estratto

Prologo

Durante la guerra del Vietnam, l’utilizzo di armi biologiche letali portò alla diffusione del Melanoe virus che infettò milioni di persone in tutto il mondo e ne uccise centinaia di migliaia. Anche se nessun Paese era stato disposto ad addossarsi la responsabilità del rilascio del virus, i migliori scienziati del mondo collaborarono per sperimentare una cura. Il vaccino, noto come Eppione.8, fu ricavato da ceppi provenienti da animali risultati immuni al virus ma, un anno dopo la sua distribuzione, il corso della storia umana fu modificato per sempre. Il vaccino risvegliò una mutazione latente nel virus, alterando il DNA umano e dando vita a una nuova specie: i teriani.

Quando i primi umani infetti cominciarono a mutare alla fine degli anni settanta, alcuni di loro non sopravvissero. I loro corpi umani non erano predisposti alla mutazione. Altri morirono di cancro o a causa di infezioni causate dall’indebolimento del sistema immunitario, altri ancora sparirono. Si rincorsero molte voci sulla volontà del governo di sistemare i disordini che aveva creato. Quando fu chiaro che il “problema” non si sarebbe risolto da solo, il governo degli Stati Uniti cercò di riprendere il controllo delle masse, creando un database teriano e varando in fretta delle leggi che obbligarono tutti i teriani sopravvissuti a registrarsi e a essere marchiati, presumibilmente per la loro incolumità e per quella dei cittadini umani, loro simili.

Il governo trattò la prima ondata di teriani come un effetto collaterale della guerra, che alla fine si sarebbe esaurito. Ma nel 1976 gli scienziati scoprirono cos’era davvero successo. Era nata la Prima Generazione di COSTI QUEL CHE COSTI – Charlie Cochet 6 teriani purosangue. La mutazione si era perfezionata, si era consolidata. All’improvviso, ci si trovò di fronte una nuova specie e, assieme a essa, si scatenò una nuova serie di timori.

Nel tentativo di ristabilire l’ordine sociale, le autorità statunitensi fecero entrare in vigore nuove leggi e regolamenti, assieme alla divisione governativa teriana. Nel 1990, i legislatori umani e teriani istituirono il Therian Human Intelligence, Recon, Defense Squadron, ovvero lo squadrone di Difesa, Ricognizione e Intelligence umano e teriano, meglio noto come THIRDS, un’agenzia di eccellenza, sovvenzionata dall’esercito, composta da un numero uguale di agenti umani e teriani, con lo scopo di difendere la legge nell’interesse di tutti i cittadini, senza discriminazioni.

Dato che l’umanità continuava a ripetere gli errori commessi, le organizzazioni come quella dei THIRDS servivano a garantirne il futuro, anche a costo di commettere dei passi falsi.

Capitolo 1

Che. Vita. Di. Merda.

Dex chiuse gli occhi, nella speranza che stesse solo facendo un bizzarro sogno molto realistico dal quale si sarebbe svegliato da un momento all’altro, e che tutto sarebbe tornato come prima. Ovviamente, quando aprì gli occhi, non era cambiato niente. Si gettò ancora dell’acqua sulla faccia nel tentativo di alleviare la tensione, senza successo. Non che si aspettasse fosse d’aiuto. Dopo essersi asciugato, si fermò a osservare l’uomo riflesso nello specchio. Il tizio che lo fissava faceva schifo, era pallido, gli occhi segnati da occhiaie marrone rossastro che lo facevano sembrare uno che aveva appena smesso di piangere o che si era fatto uno spinello. Il problema erano tutte quelle maledettissime notti insonni. A Dex non piaceva il tizio riflesso nello specchio. Che testa di cazzo.

«Sono qui fuori?» La voce gli uscì ruvida, come se da qualche tempo facesse molta fatica a svegliarsi, che il sonno fosse profondo o meno.

Sentì una mano appoggiarsi sulla spalla e una pacca di conforto. «Sì. Ti ricordi cosa ci siamo detti? Quando non ne puoi più, te ne vai.»

Dex sbuffò. Era troppo tardi per andarsene. Avrebbe dovuto farlo sei mesi prima. Si tirò su e strappò una salvietta di carta dal dispenser. Era come asciugarsi con la carta di giornale, lo stesso che sfoggiava le sue foto in prima pagina. Foto che erano state modificate con qualche filtro “effetto testa di cazzo” di Photoshop per farlo sembrare ancora più stronzo. Gettò la carta nel cestino e si fermò, trovando difficile guardare il suo avvocato.

«Ehi, guardami.» Littman si avvicinò e gli diede un colpetto affettuoso sulla guancia. «Hai fatto la cosa giusta.»

A quel punto Dex alzò lo sguardo, alla ricerca di qualcosa, qualsiasi cosa che riuscisse a confortarlo, anche solo per un secondo. «E allora perché mi sento di merda?»

«Perché era tuo amico, Dex.»

«Appunto. E l’ho pure fregato. Un grande amico.» Ritornò al lavandino, le dita strette alla porcellana così forte che sentì un dolore alle nocche. «Fanculo!» Quel figlio di puttana! A cosa pensava Walsh? Era ovvio che non avesse pensato a niente, altrimenti nessuno sarebbe finito in quel casino. O peggio, forse Walsh ci aveva pensato sul serio. Forse era così sicuro che lui gli avrebbe coperto le spalle che aveva pensato “ma sì, proviamoci”.

Dex chiuse gli occhi, cercando di dimenticare la faccia dell’uomo, ma continuava a vederla distintamente. Quella faccia avrebbe infestato i suoi sogni ancora per molto tempo. Il misto di rabbia e dolore di quando avevano pronunciato il verdetto — rabbia indirizzata a lui e dolore causato da ciò che aveva fatto — era lì sotto gli occhi di tutti, soprattutto i suoi.

«No,» insisté Littman. «Si è fregato da solo. E tu hai detto la verità nuda e cruda.»

La verità. Com’è che fare la cosa giusta si era rivelato tanto sbagliato? Era davvero la cosa giusta? Prima ne era sicuro. Ora non più. A ogni modo, non poteva nascondersi per tutta la vita nel bagno.

«Togliamoci il pensiero.» Un paio di respiri profondi e seguì Littman in corridoio. Appena uscì, fu assalito da uno sciame di microfoni ronzanti, registratori e smartphone già accesi. Flash che si spegnevano, videocamere che filmavano, una litania di domande che gli arrivavano da ogni direzione. Si sentiva come se fosse sott’acqua, riusciva ad ascoltare le urla e le grida di tutti quelli che erano a riva, mentre lui andava giù a piombo, senza distinguere parole, ma solo suoni ovattati. Littman gli si mise accanto, tenendogli una mano sulla schiena come sostegno, l’altra alzata verso la folla nel vano tentativo di riportare ordine in quel caos.

«Il detective Daley risponderà alle vostre domande, ma uno alla volta, per cortesia!»

Un uomo alto, con i capelli grigi e un completo costoso, si fece largo tra i colleghi ammassati, ignorando i brontolii di disappunto, e gli piazzò il microfono davanti, seguito a ruota da molti altri.

«Detective Daley, cosa risponde agli umani che sostengono che lei ha tradito la sua specie?»

Dex si era preparato a rispondere a quella domanda. Si abbottonò la giacca, movimento che gli concesse qualche secondo per calmarsi e riorganizzare i pensieri. Spostando le mani, incontrò lo sguardo del cronista. «Sono entrato nel Corpo di Polizia Umana per fare la differenza, e qualche volta bisogna prendere decisioni difficili. Ho scelto di dire la verità. La legge è uguale per tutti e il mio lavoro consiste nel farla osservare.»

Una bionda in un elegante tailleur–pantalone blu scuro intervenne nella discussione. «L’ha fatto perché suo fratello è teriano? Si definisce un sostenitore dei LiberalTeriani?»

Non era la prima volta che riceveva quell’accusa. Il Corpo di Polizia Umana aveva valutato più a lungo di altre la sua richiesta di ammissione, dieci anni prima, proprio perché aveva un fratello teriano. Se suo padre non fosse stato un detective rispettato di quella squadra, Dex non avrebbe mai pensato di essere preso in considerazione, tantomeno ammesso. Sapeva che ciò che pensavano di suo fratello sarebbe bastato per respingere la sua domanda, ma il suo scopo consisteva proprio nel fermare quella gentaglia dalla mentalità chiusa. Era entrato nel CPU per continuare a fare la differenza da dentro, come aveva fatto una volta suo padre. Il compito si era rivelato un po’ più difficile del previsto, ma ciò non aveva fatto che rafforzare il suo proposito.

«Io e mio fratello condividiamo lo stesso pensiero in tema di giustizia. I nostri padri ci hanno insegnato a trattare umani e teriani allo stesso modo. Potrei essere definito liberale, ma non penso che la mia profonda fiducia nella giustizia faccia di me un sostenitore.»

Un uomo dai capelli rossi con un sorriso compiaciuto gli scagliò uno smartphone in faccia, colpendolo quasi sui denti. L’espressione dell’uomo gli fece capire che se ci fosse riuscito non gliene sarebbe importato. Dex tirò indietro la testa, serrando i muscoli della mascella. «Detective Daley, perché non è entrato nei THIRDS come suo padre e suo fratello? Non si è qualificato?»

Dex riportò lo sguardo su quel sorriso stronzo. «Di certo sta pagando troppo i suoi informatori. Non ho mai fatto domanda per i THIRDS.»

«Ma ha seguito l’addestramento.»

«Mi è stata offerta l’opportunità di seguire il corso di addestramento di tre settimane, nella speranza che considerassi l’idea di diventare un candidato. L’ho fatto come atto di cortesia verso la mia famiglia e ammetto che una parte di me voleva vedere se ero all’altezza dell’impresa.» E accidenti, era stata una sfida incredibile! Tre settimane di intenso addestramento fisico e di esercizi per lo sviluppo delle capacità, quali arrampicata, discesa veloce dalla corda, procedure di irruzione, perquisizione di locali, combattimento ravvicinato ed esercitazioni con armi tattiche. Dex era stato spinto al limite, e quando aveva sentito di non avere più nulla da dare, era stato spronato a fare di più e a dare un ulteriore dieci percento. Erano state le tre settimane più snervanti, impegnative e psicologicamente stressanti della sua vita. Niente che avesse mai fatto si avvicinava a ciò che aveva dovuto affrontare in quelle tre settimane, compresa l’accademia di addestramento per il CPU.

I THIRDS erano i più rigidi figli di puttana che esistevano e Dex voleva dimostrare a se stesso che era in grado di farcela. Ma entrarci? Era tutto un altro paio di maniche.

«E l’ha superato?»

Non riuscì a trattenere l’orgoglio. «Col massimo dei voti.»

«E adesso farà domanda di ammissione?» chiese un altro giornalista.

«Intendo continuare a servire il CPU.»

«E se non la volessero più? Crede che abbiano perso la fiducia in lei, sapendo che ha contribuito a mandare in prigione un uomo innocente, un collega?»

Eccola qua.

Il detective si voltò e sussurrò il nome di Littman. L’avvocato fece un ampio sorriso e alzò una mano. «Grazie a tutti per essere venuti. Purtroppo il tempo a vostra disposizione è terminato. Per favore, rispettate il detective Daley e la sua famiglia in questo periodo difficile.»

«E cosa dice del detective Walsh e della sua famiglia? Ci ha parlato? Cosa prova la famiglia riguardo a ciò che gli ha fatto?»

Dex si aprì un varco attraverso la folla velenosa di giornalisti, rifiutandosi di pensare alle telefonate cariche di odio, ai messaggi di testo e vocali gonfi di dolore lasciati dalla famiglia di Walsh nella sua segreteria. Gente con cui faceva il barbecue e giocava nella Little League di baseball. Non avrebbe mai voluto procurare tanto dolore, portandogli via il loro figlio, marito o padre. Essere l’oggetto di tutta quella rabbia era il minimo che meritasse.

«Detective Daley! Detective!»

Ignorò l’assalto furioso di domande riguardo a cosa pensasse il suo fidanzato dell’intera faccenda, o quelle relative alle sorti della sua carriera nel CPU, sommate alle altre. Non voleva pensare a niente. Voleva solo tornare a casa proprio dal suo fidanzato e, magari, mettersi a piangere.

Camminò più in fretta che poteva, rimanendo calmo, con Littman accanto, tirando dritto verso l’entrata nord della Divisione Criminale della Corte Suprema. Fuori, la massa di giornalisti aveva provato ad assalirlo e i poliziotti avevano cercato di controllare al meglio la folla in aumento. Le barriere su entrambi i lati delle uscite si rivelarono una scocciatura, gli sbarravano la strada mentre cercava di farsi largo. Le scale erano bloccate, perciò afferrò il gomito di Littman e spinse l’uomo sulla rampa provvisoria verso il marciapiede. Grazie a Dio c’era una macchina che li aspettava.

Dex cercò in modo educato di far arretrare i giornalisti per riuscire a sedersi sul sedile posteriore. Ma quando due invasati cercarono di entrare in macchina, non ebbe altra scelta. Afferrò i loro smartphone e li lanciò verso la folla, dietro di loro.

«Adesso me lo ripaga!» sbraitò uno dei due, mentre sgomitava per recuperare l’aggeggio.

«Mi mandi il conto!» Dex salì in macchina e chiuse con forza la portiera. La Town Car si allontanò dal cordolo e lui si abbandonò contro il sedile in pelle, emettendo un lungo e pesante sospiro. Finalmente era finita. Per il momento, se non altro.

«Sei sicuro che non vuoi che ti lasciamo a casa?» Littman sembrava sfatto proprio come lo era lui.

«No, il parcheggio sotterraneo va benissimo. Tanto devo riprendere la mia auto a noleggio.»

«Lo so.» Dex guardò fuori dal finestrino mentre rallentavano sulla Centre Street, poi svoltarono a sinistra sulla White e frenarono sulla Lafayette. Quando girarono sulla Worth, lo Starbucks all’angolo gli fece venire voglia di un delizioso caffè con la schiuma. «Dovrei girare un po’ prima del tribunale. Ascoltare un po’ di musica, cercare di rilassarmi.» Aveva noleggiato l’auto con i vetri più scuri possibile e un impianto stereo potentissimo. La musica era forse l’unica cosa che gli impediva di impazzire durante quel casino ed era perfetta per sopportare anche la fittissima agenda del suo fidanzato. Sarebbe stato bello avere Lou vicino, ma capiva che non poteva mollare tutto per lui. Avevano entrambi due professioni impegnative e a volte dovevano fare dei sacrifici. Eppure…

«Capisco. Dovresti mantenere un profilo basso per un po’ di tempo, finché la faccenda non finisce nel dimenticatoio. Girano voci su quell’ereditiera — quella che ha avuto una relazione non così segreta con il personal trainer teriano — secondo le quali è rimasta incinta e il suo paparino non l’ha presa troppo bene. Dovrebbe tenere a bada quegli avvoltoi per un po’. Ti consiglio di prenderti una vacanza, potresti fare una sorpresa a Lou con una bella suite di lusso alle Bahamas o qualcosa del genere.»

Poco dopo, la macchina si accostò al marciapiede davanti a una gastronomia vicina al parcheggio sotterraneo e Dex abbozzò un sorriso, allungando la mano verso il vecchio amico di suo padre. «Grazie. Apprezzo tutto ciò che hai fatto per me.»

«Lo sai che se hai bisogno ci sono sempre.» Littman gli prese la mano e gli diede una pacca. «Dex?»

«Sì?»

«Sarebbe stato fiero di te.»

Il pensiero gli fece salire un groppo in gola. «Credi?»

Littman annuì, e la convinzione nelle sue parole contribuì parecchio a rassicurarlo. «Conoscevo tuo padre da tanto tempo. Credimi. Sarebbe stato fiero. E anche Tony. Mi ha lasciato una decina di messaggi per chiedermi come stavi. Probabilmente anche tuo fratello è molto preoccupato.»

Dex tirò indietro la mano per ripescare lo smartphone dalla tasca e ridacchiò alla vista delle quindici chiamate perse dei suoi famigliari. Lo sollevò.

«Tu dici?»

«Chiama i tuoi, prima che Tony ti rintracci.»

«Li richiamo appena arrivo a casa. Grazie.» Dex salutò Littman e poi lo ringraziò di nuovo per l’aiuto che gli aveva dato nel mantenere la stabilità mentale durante tutto ciò che era successo e che sarebbe arrivato in seguito. Si diresse verso l’auto a noleggio, nel garage. Non era così stupido da portare il suo gioiellino fino al palazzo di giustizia. Era difficile seminare i media su una Dodge Challenger arancione perlato. Se non fossero stati in centro avrebbe fatto mangiare loro la polvere, ma dato che erano in città sarebbe stato una preda facile.

Girando attorno all’auto per raggiungere il posto di guida, si sentì doppiamente grato di non aver preso la propria macchina, anche se la cosa non diminuiva la sua incazzatura. Gli avevano squarciato una delle gomme posteriore.

«Ma porca puttana.»

Diede un calcio allo pneumatico, come se servisse a ripararlo. Maledetta ruota, avrebbe dovuto farsi portare a casa da Littman. Aveva solo voglia tornare a casa, mangiare qualcosa e sprofondare sul divano. Grazie al Cielo esistevano i soccorsi stradali. Affondò la mano nella tasca per prendere il telefono e sentì qualcuno gridare dall’altra parte del parcheggio.

«Detective Daley!»

Alzò lo sguardo, d’istinto. L’aria defluì dai suoi polmoni in un attimo nel momento in cui qualcosa di duro lo centrò tra le scapole. Si piegò in avanti, un colpo sulla coscia lo scaraventò carponi con un grugnito di dolore. Era stato circondato da tre umani enormi, i visi coperti da passamontagna e guanti neri. Maledizione, da dove erano saltati fuori? Si mosse, con l’intento di alzarsi in piedi, ma uno di loro gli assestò un calcio nello stomaco, lasciandolo di nuovo senza fiato. Dex cadde bruscamente sul fianco, tenendosi le costole e lo stomaco indolenziti, i denti stretti mentre respirava con forza dal naso.

«Hai fatto una cazzata, Daley. Non avresti dovuto testimoniare contro il tuo partner.»

«Andate affanculo,» rispose lui sputando. Un altro calcio gli confermò che quella gente non amava troppo i chiacchieroni. Ovviamente non lo conoscevano. Con un lamento, si piegò leggermente per riuscire a vedere i loro abiti eleganti. No, forse lo conoscevano. «Chi vi ha mandati?» Non aveva bisogno di sapere la risposta. Inoltre, non gli interessava. Voleva solo avere abbastanza tempo per capire chi aveva davanti.

«La razza umana,» ringhiò uno dei tre.

Dex scoppiò a ridere. Che idiota. Non gli ci era voluto molto per fare due più due, dopo che aveva notato i vestiti e le scarpe nere lucide della gang. Imprecando, rotolò in avanti e premette la fronte contro l’asfalto. L’unica cosa strana di quel faccia a faccia era che non fosse successo prima. Perlomeno non erano lì per ucciderlo, solo per farlo sanguinare un po’. «Beh, ho capito l’antifona, potete andarvene a casa ora. Avete fatto il vostro dovere.» Ricevette un altro colpo sul braccio con un manganello, probabilmente lo stesso con cui lo avevano colpito alla schiena. Ragazzi, il giorno dopo gli avrebbe fatto male tutto.

Lo tirarono in piedi, due di loro lo tenevano, uno per ciascun braccio, mentre il terzo era in piedi davanti a lui. Dex chiuse gli occhi e si preparò, rimproverandosi di essere così codardo. Il pugno lo colpì proprio sulla mandibola, facendogli scattare la testa da un lato, e gli ruppe il labbro. Caaazzo, che male. Dex controllò con la lingua le arcate dentali per vedere se aveva perso qualcosa. No, non c’era niente di grave a parte il sapore pungente del sangue.

«Ehi! CPU! Mettete le mani dove posso vederle!»

Gli umani scapparono e Dex si mise in ginocchio. Due mani salde lo aiutarono ad alzarsi. Gli faceva male la schiena, il braccio, la coscia e la faccia gli pulsava per il dolore, e sentiva un nodo allo stomaco al pensiero di non aver reagito.

«Stai bene, Daley?»

Dex riconobbe quella voce. Alzò lo sguardo, stupito di scoprire che l’uomo che lo stava sorreggendo con un’espressione ansiosa stampata in faccia era il suo collega, il detective Isaac Pearce della Omicidi.

«Pearce?»

Il suo collega lo aiutò a camminare fino alla macchina e ve lo appoggiò contro, facendo una rapida stima dei danni. Sembrò rassicurato dal fatto che riuscisse a stare in piedi e scrutò il parcheggio, ma gli aggressori erano spariti. Riportò l’attenzione su di lui. «Stai bene?»

«Sì. Vorrei poter dire lo stesso del mio vestito.» Dex raddrizzò la schiena, trasalendo al dolore acuto che gli percorse tutto il corpo. «Che ci fai qui?»

«La solita convocazione, ma il tizio non si è presentato. È una bella giornata, perciò avevo deciso di fare due passi. Sono contento di aver cambiato idea.»

«A chi lo dici.» Dex fece una risatina, ma sussultò per il dolore pungente al labbro. Tony sarebbe uscito di testa per questa faccenda.

«Hai idea di chi fossero?» chiese Pearce preoccupato.

. «No.» Dex scosse la testa, pulendosi la mano sui pantaloni del completo. «Degli umani incazzati.» Era già nella merda fino al collo, non serviva aggiungerne un altro strato. «Adesso, a dire il vero, voglio solo tornarmene a casa.»

«Beh, in effetti.» Pearce fece un cenno verso la gomma squarciata. «Vuoi un passaggio?»

Se avesse chiamato il soccorso stradale, Dex avrebbe dovuto aspettare che arrivasse qualcuno, che gli cambiassero la gomma – di certo non aveva la forza né la voglia di cambiare la ruota da solo – e poi avrebbe dovuto guidare fino all’autonoleggio. Oppure, poteva accettare l’offerta di Pearce e occuparsi dell’auto più tardi.

«Un passaggio sarebbe molto gradito.»

«Bene.» Pearce si illuminò. «Ho parcheggiato qui dietro l’angolo.»

Mormorando un “grazie”, Dex si diresse con Pearce verso la macchina del collega, una Lexus argento, molto più indicata per un detective della Omicidi. Almeno, era quello che avrebbe detto il suo ex partner Walsh. Non aveva mai approvato i suoi gusti. A pensarci bene, Walsh faceva sempre commenti maligni sul fatto che lui fosse un “figlio di papà”. Non li aveva mai presi troppo sul serio, ma col senno di poi c’erano grandi possibilità che Walsh fosse sempre stato uno stronzo sputasentenze. Aveva sempre fatto finta di non notarlo? E se l’avesse fronteggiato prima? Avrebbero potuto evitare tutte le conseguenze?

«Stai bene?» gli chiese di nuovo Pearce non appena prese posto sedile del passeggero, di fianco a lui.

«Sì, scusami. Sto ancora cercando di capirci qualche cosa.»

«Perché non mettiamo su un po’ di musica? Rilassati. Ti faccio scegliere anche la stazione.»

Dex emise un fischio leggero, agganciandosi la cintura di sicurezza. «Ti pentirai di avermi dato questo potere.» Accese la radio e navigò sul touchscreen fino a sintonizzarsi su Retro Radio. Rivolse un largo sorriso a Pearce quando la cassa sparò a tutto volume “Get Outta My Dreams, Get Into My Car” di Billy Ocean. Pearce lo fissò come se fosse impazzito e lui scoppiò a ridere. «Te l’ho detto che ti saresti pentito.»

Ridacchiando, Pearce uscì dal parcheggio. «Dove andiamo?»

«West Village, Barrow Street.»

Nonostante Bobby McFerrin gli stesse consigliando di non preoccuparsi e di essere felice, Dex ebbe qualche difficoltà a seguire il suo suggerimento. Magari fosse così semplice, Bobby. Magari.

Si spostarono con calma sulla Sesta Avenue, accompagnati per lo più da canzoni d’amore ed electropop direttamente dall’era della stoffa sintetica fluorescente, del taglio alla mullet con i capelli lunghi dietro e corti davanti e delle spalline imbottite, che ti regalavano un’apertura alare degna di un Boeing 747. Dex apprezzò che Pearce gli avesse concesso di rilassarsi anziché tentare un’inutile conversazione. Era strano stare nella sua macchina insieme a lui. In ufficio non si erano mai spinti più in là dei convenevoli, nonostante lavorassero entrambi alla Omicidi nel Sesto Distretto del CPU. In più, Pearce si era chiuso a riccio dopo aver perso suo fratello minore un anno prima, e nessuno del Sesto Distretto poteva biasimarlo. Anche Dex aveva un fratello più giovane e poteva solo immaginare quanto fosse stato difficile per il povero collega.

A quell’ora il traffico non era eccessivo, rallentarono soprattutto vicino al Tribeca Park e presero qualche buca sulla Sixth Avenue. In meno di dieci minuti stavano già imboccando l’affollata Bleecker Street. Forse poteva convincere Lou ad andare a prendergli un hamburger con patatine da Five Guys, giù all’angolo. Era pericoloso vivere lì con quel locale così vicino a casa. Accostarono davanti all’elegante palazzina in pietra arenaria in cui abitava e Pearce si voltò verso di lui sorridendo. «Eccoci qua.»

«Grazie per non avermi sbattuto fuori dalla macchina,» gli rispose Dex, spegnendo la radio.

«Ammetto che ci sono andato vicino quando hanno dato Jefferson Starship, ma poi ti ho visto tenere il tempo con le mani, con quel sorriso sdolcinato sulla faccia… Non ho avuto il coraggio.» Dex sbuffò e si appoggiò di nuovo al sedile, sorridendo quando Pearce scoppiò a ridere. «Sei un tipo strano.» Poi il sorriso di Pearce sparì e lui sembrò in imbarazzo. «Ci prendiamo un caffè qualche volta?»

«Certo.» Dex cercò di non lasciar trasparire la sorpresa dalla sua voce.

«So che non ci siamo mai parlati per più di due secondi, ma sei forte, Daley.» Pearce aggrottò le sopracciglia con aria preoccupata, cosa che lo fece sembrare più vecchio. Dex era poco più giovane di lui, ma il lavoro che svolgevano non li salvava di certo dal pericolo dell’invecchiamento precoce. «Stai attento. Mi spiacerebbe…» La voce di Pearce s’incrinò e lui si schiarì la gola. «Mi spiacerebbe se ti facessero del male di nuovo. Mio fratello, Gabe, credeva in ciò che faceva e guarda dov’è adesso.»

Dex corrugò la fronte, cercando di mettere insieme i ricordi dell’incidente. Rammentò che era stata molto dura per Pearce non avere accesso al caso. Ma dato che Gabe era un agente THIRDS, il CPU non aveva giurisdizione. «Pensavo che il tizio coinvolto fosse un informatore umano.»

Pearce scosse la testa. «Era un informatore del CPU, ma non umano. Era teriano. Un bambino.»

Merda. Suo fratello era stato fatto fuori da una spia teriana e Pearce aveva appena salvato un tipo che aveva testimoniato contro il suo partner umano in favore di un teppistello teriano. «E perché non mi stai prendendo a calci nel culo anche tu?»

L’espressione sul volto di Pierce divenne più preoccupata. «Se il tuo compagno è stato così stupido da lasciare che il suo pregiudizio intaccasse la sua decisione, si merita ciò che ha avuto. La verità è che ti ammiro. Non in molti avrebbero avuto le palle di fare ciò che hai fatto tu. Quel che è successo a Gabe… è un’altra storia.» Pearce sospirò, sembrava turbato. «Ti sto solo dicendo di guardarti le spalle. Ci sono un mucchio di fanatici in giro alla ricerca di una scusa per farsi giustizia da soli e le cose sono peggiorate da quando è stato trovato morto quell’altro UmanTeriano, un paio di mesi fa. Alcuni umani hanno sete di sangue.»

Pearce non aveva torto. Negli ultimi sei mesi erano stati assassinati due attivisti UmanTeriani e le prove portavano a un criminale teriano, il che significava che il caso ricadeva sotto la giurisdizione dei THIRDS. Sebbene l’organizzazione facesse del suo meglio per tranquillizzare i cittadini, tra umani e teriani stava per scatenarsi una tempesta, specie se non avessero preso il colpevole alla svelta. La deposizione di Dex contro il suo partner non poteva arrivare in un momento peggiore.

«Grazie della dritta, Pearce.» Dex uscì dalla macchina e chiuse la portiera, facendo un passo indietro per salutare il collega mentre ripartiva. Non appena l’auto si allontanò, Dex tirò un sospiro di sollievo. Adorava quelle stradine tranquille e costeggiate dagli alberi. Sorridendo dolente salì i gradini fino al portone. Finalmente era a casa. Infilò le chiavi nella serratura, le girò e cercò di aprire la porta ma rimase perplesso quando questa si bloccò a metà. Che diavolo c’era ancora? Era tenuta bloccata da qualcosa di pesante. Con un grugnito frustrato la aprì a forza, infilò piano la testa oltre l’uscio, turbato nel vedere lo scatolone pieno di CD e DVD aperto e un mucchio di altre cose che anziché lì avrebbero dovuto trovarsi nel soggiorno. Pensò subito ai ladri, anche se non aveva mai visto scassinatori che si fermavano a impacchettare la refurtiva.

«Lou?»

Dex controllò la porta dietro di sé ed entrò nel soggiorno. Rimase letteralmente a bocca aperta quando vide che era semi vuoto, pieno di scatoloni sparsi sul pavimento, riempiti per metà. Sentì un colpo sul pavimento al piano di sopra e si fiondò su per le scale.

«Tesoro?» In camera da letto trovò il fidanzato, col quale conviveva da quattro anni, impegnato a riempire degli scatoloni vuoti con le sue scarpe.

«Me ne vado.»

Quelle parole colpirono Dex come un pugno dritto allo stomaco, sensazione che stava diventando un po’ troppo familiare negli ultimi tempi. «Cosa?» Zigzagando veloce lungo il percorso a ostacoli formato dalle scatole e dai borselli da uomo disseminati per la stanza, raggiunse Lou e, afferrandolo per le braccia, lo fece voltare per guardarlo negli occhi. «Amore, fermati un attimo. Per favore, parlami.» Fece per accarezzargli una guancia, ma Lou allontanò il viso. Ahia. Doppio pugno allo stomaco. Lasciò perdere il rifiuto, voleva andare a fondo della questione. «Lou, per favore.»

«La raffica di chiamate, i giornalisti attaccati alla porta, i telegiornali che ti descrivono come una disgrazia per l’intera specie. Non ce la faccio più, Dex.»

Investito dal senso di colpa, Dex lasciò la presa. Quali altre conseguenze avrebbe prodotto l’aver fatto la “cosa giusta”? «Dagli tempo. Tra un po’ non interesserà più a nessuno. Perché non ce ne andiamo via da qui, solo noi due, eh?»

Lou scosse la testa e ricominciò a impacchettare. «Devo pensare alla mia di vita. Ho già perso una decina di clienti. Non posso permettermi di perderne altri.»

«Siamo a New York, Lou. Per prima cosa, non puoi perderti tutti i catering che ci saranno. Secondo, è quasi settembre e sta per arrivare Halloween, sarai sommerso fino al collo di fantasmi di cioccolato bianco e sculture di ghiaccio a forma di lapide, e dovrai ripetere ai clienti che organizzare la festa direttamente nel cimitero non è una buona idea.» Non appena Dex si accorse che il tono scherzoso non aveva sortito alcun effetto, capì che era una cosa seria. Di certo, per la maggior parte delle persone, gli scatoloni pieni sarebbero stati un enorme campanello d’allarme, ma lui non era come la maggior parte delle persone. Si rifiutava di credere che Lou l’avrebbe lasciato nel momento in cui aveva più bisogno di lui. «E io? Non faccio parte della tua vita?» Fu colto di sorpresa quando Lou si voltò verso di lui, fulminandolo con gli occhi color nocciola.

«Hai fatto sbattere il tuo compagno in prigione, Dex!»

Incredibile. Era già fin troppo brutto che tutti gli dessero contro, ma anche a casa sua? Era abbastanza stanco di essere trattato come un criminale. «Non sono stato io a sbatterlo in prigione. C’erano delle prove che lo inchiodavano. Che cazzo, ha fatto fuori un bambino disarmato sparandogli alle spalle! Perché dovrei essere io lo stronzo della situazione?» Cercò nello sguardo di Lou qualche traccia dell’uomo che lo svegliava nel cuore della notte solo per dirgli quanto era felice di essere lì con lui.

«Questa cosa non riporterà in vita quel ragazzino. Per non parlare del fatto che era un delinquente nonché un teriano!»

La rabbia di Dex si tramutò in stupore. «Ma che cazzo dici, Lou? Sarebbe una giustificazione? E allora Cael? È teriano. Non hai mai avuto problemi con lui.» Lou ebbe la decenza di sembrare imbarazzato.

«Fa parte della tua famiglia. Non avevo alternative.»

Erano tutti discorsi mai affrontati. Dex adorava Cael. Non lo avrebbe mai cambiato con nessuno al mondo. Fin dai primi appuntamenti con Lou, lui era sempre stato onesto riguardo a suo fratello. Se il ragazzo con cui usciva non accettava Cael perché teriano, voleva dire che non accettava lui. «Da dove salta fuori questa storia? Da quando hai problemi con i teriani?»

«Da quando uno di loro mi ha rovinato la vita!» Lou gettò un paio di scarpe da ginnastica in uno scatolone con tanta forza che lo fece ribaltare. «La tua vita?» La conversazione stava assumendo toni via via più assurdi. Dex si indicò il volto. «Hai dato un’occhiata alla mia faccia? Se non l’hai ancora notato, mi hanno preso a bastonate nel parcheggio. Se un mio collega non fosse passato di lì, forse mi avresti trovato in ospedale. E sai qual è la cosa più assurda? Non erano nemmeno dei teppisti. Erano dei poliziotti di merda!» L’aveva capito appena aveva visto i vestiti e aveva notato che uno di loro aveva una fondina da caviglia. Quei bastardi probabilmente erano stati al processo.

Lou alzò le braccia, frustrato. «I tuoi amici poliziotti non vogliono avere niente a che fare con te e ti aspetti che io faccia finta di niente? Che ignori il fatto che tutti mi fissano, dicendo “Oh, ecco il fidanzato di quello stronzo. Forse anche lui simpatizza per i LiberalTeriani.” Non voglio che prendano a calci in culo anche me, Dex.»

«Oh, mio Dio, ma dici sul serio?» Agli umani piaceva usare parole come UmanTeriani e LiberalTeriani come se fossero insulti. Il fatto che fosse fermamente convinto che gli umani e i teriani dovessero essere trattati allo stesso modo lo rendeva UmanTeriano, anche se non si metteva a manifestare sul prato della Casa Bianca, e per lui andava benissimo. Ma questo non faceva di lui un LiberalTeriano. Non era anarchico e di conseguenza faceva rispettare la legge, non aveva mai avuto problemi con l’autorità, anche se non seguiva le regole alla cieca. Odiava quando qualcuno cercava di inquadrarlo e di incollargli una bella etichetta sulla fronte. Come se tutto fosse bianco o nero. Si armò di pazienza, nonostante avesse quasi dato fondo alla sua riserva personale, prese la mano di Lou e lo tirò verso il loro letto matrimoniale. Lou si lasciò trascinare, ma rifiutò di sedersi e perfino di guardarlo negli occhi. «Ti interessa così tanto dell’opinione della gente?»

Nessuna risposta. Dex pensò che non poteva dargli torto. Le cose erano tanto incasinate che non sapeva più da che parte guardarle.

«Non è solo questo.»

Dex sentì un nodo alla gola, e si chiese quali altre sorprese avesse in serbo Lou. Certo, a volte litigavano, ma non più di altre coppie. Si divertivano molto insieme, quando il lavoro glielo permetteva, anche se ora che ci pensava, era da un po’ che non trascorrevano una giornata di svago. Forse era questo il problema. Era comunque facilmente risolvibile. Avrebbe preso qualche giorno di ferie e l’avrebbe portato in un bel posto, magari su una spiaggia bianca con un bel paio di cocktail. Almeno era quello a cui stava pensando, finché non notò l’espressione di Lou.

Era finita.

«Mi dispiace, non ne posso più. Non sopporto più di essere messo in secondo piano, di starmene seduto qui da solo fino all’alba mentre tu ti butti in prima linea ogni volta che ti si presenta l’occasione.» Il dolore negli occhi di Lou non fece che aumentare il suo senso di colpa.

«È il mio lavoro,» gli rispose pacato, stanco degli avvenimenti di quella giornata e, in tutta onestà, anche della sua vita attuale.

«Il tuo lavoro non è salvare il mondo. È un’ossessione. Una di quelle malsane, che alla fine ti uccidono. Mi hai detto di essere diventato un ufficiale del CPU per fare la differenza, come tuo padre, ma se continui così finirai come lui.»

Dex sentì il petto contrarsi. «Non tirarlo in mezzo.»

«È per quello che si chiama Corpo di Polizia Umana. Non la vedono come te. Okay, forse qualcuno di loro potrà pensarla diversamente, altri forse si sentono come te, ma non ce ne sono abbastanza per cambiare le cose. Perché credi che il governo abbia fondato i THIRDS?»

«Che cosa vuoi, Lou? Vuoi che cambi? È questo che vuoi?» Dex si piegò verso di lui, supplicante. «Posso cambiare.»

Lou scosse la testa. «Tu sei il tuo lavoro, Dex. Non posso chiederti di cambiare il modo in cui sei fatto. Voglio solo che tu stia attento e, per favore, non chiamarmi e non presentarti in ufficio.» Tirò indietro la mano e Dex la lasciò, riluttante. «Mando i ragazzi della ditta di traslochi a prendere il resto della mia roba domani, mentre sei al distretto.»

«In pratica è tutta la casa,» mormorò Dex, facendo l’inventario mentale della stanza semivuota. Però era sicuro che Lou gli avesse lasciato qualcosa, come il letto ad esempio.

«E secondo te perché, Dex? Non ci sei mai. L’ho fatta da solo questa casa.»

Quelle parole gli procurarono una fitta al cuore, e quando rispose lo fece con voce calma. «Facevo così schifo?»

Lou gli si avvicinò e lo baciò sulla guancia. «Sei un ragazzo magnifico, Dex. Ce la siamo spassata e ci siamo divertiti, ma non siamo fatti per stare insieme. Se non ci lasciamo adesso, ci lasceremo comunque, prima o poi.» Gli passò dolcemente le dita tra i capelli, un gesto che fece venire un groppo in gola a Dex. Spingendosi in avanti, avvolse le braccia attorno alla vita di Lou e strinse, la guancia premuta contro il suo petto.

«Ti prego, non te ne andare.»

«Mi dispiace,» ribatté Lou, arretrando. «Ti lascio le chiavi nella cassetta delle lettere.»

Dex annuì e si abbandonò sul letto, il corpo pesante e sofferente, dentro e fuori. Era talmente stanco che non aveva la forza per fare nulla che non fosse restarsene sdraiato e sperare che il letto lo inghiottisse.

«Mi spiace, Dex. Davvero molto.»

«Anche a me,» mormorò lui dolcemente. Due minuti dopo sentì la porta chiudersi e rabbrividì. Si strofinò gli occhi che bruciavano e si abbandonò di nuovo sul materasso. Avrebbe dovuto alzarsi e farsi una doccia. Invece, rimase sdraiato lì a fissare il soffitto bianco. Nella tasca, il cellulare cominciò a squillare. Lo ignorò e chiuse gli occhi. Dal telefono fisso uscì un suono stridulo e Dex si lasciò sfuggire un lamento. Di sicuro era suo padre. La segreteria fece un bip e una voce sdolcinata che di certo non era quella di suo padre, cinguettò:

«Signor Daley, le ricordo gentilmente che deve riconsegnare l’auto noleggiata entro le diciotto di oggi. In caso di mancata restituzione ci vedremo costretti ad addebitarle sulla carta di credito una giornata di noleggio aggiuntiva. Ringraziandola per aver scelto Aisa Rentals le auguriamo una buona serata

Dex guardò l’orologio.

17:59.

Che. Vita. Di. Merda.

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